Nigeria, suor Agnes: “Siamo terrorizzati ma restiamo accanto alla gente”

Antonella Palermo – Città del Vaticano da Vatican News del 6 giugno 2022

Come il Papa, che ha espresso ieri dolore e ha assicurato la sua preghiera, i vescovi e la Chiesa tutta del Paese teatro della strage di Pentecoste, sono vicini alle famiglie delle vittime e denunciano l’accaduto con parole nette. La richiesta al governo è trovare i responsabili, pena lo stato di anarchia nella regione. Una religiosa, infermiera all’ospedale San Luigi di Owo, testimonia quali sono oggi i sentimenti della popolazione e i timori che crescono a frequentare anche i luoghi sacri.

La Conferenza episcopale della Nigeria ha esortato il governo a intensificare gli sforzi per dare la caccia agli aggressori della chiesa di San Francesco Saverio, nello stato di Ondo. I Vescovi hanno avvertito che in caso contrario si accelererà la discesa del Paese nell’anarchia. La sicurezza è tra sfide più problematiche in Nigeria, il Paese africano più popoloso e con la maggiore economia del continente.

Vescovi: il governo agisca con decisione

“Nessun luogo sembra essere di nuovo al sicuro nel nostro Paese; nemmeno i sacri recinti di una Chiesa”: così ha tuonato il presidente dei vescovi, monsignor Lucius Ugorji, scioccato dopo aver appreso, ieri sera, della strage a Owo, che ha causato la morte di 21 persone, secondo l’ultimo bilancio delle autorità locali. “Condanniamo con la massima fermezza lo spargimento di sangue innocente nella Casa di Dio. I criminali responsabili di un atto così sacrilego e barbaro dimostrano la loro mancanza del senso del sacro e del timore di Dio”, denunciano ancora i presuli. Se il governo non riesce ad agire con decisione su una questione così grave – arrivano a dichiarare – si rischia di accelerare la caduta del Paese nell’anarchia. I vescovi sostengono che i governanti dovrebbero assumersi la responsabilità primaria di garantire la vita e la proprietà dei cittadini: “Il mondo ci sta guardando! E anche Dio ci guarda”.

Onaiyekan: l’islam non è in guerra con noi

Gli attacchi ai siti religiosi sono particolarmente delicati in Nigeria, dove le tensioni talvolta divampano tra le comunità di un Paese con un sud-est prevalentemente cristiano e un nord prevalentemente musulmano. Tuttavia, tali attacchi sono rari nel sud-ovest del Paese, relativamente pacifico. Il missionario padre Giulio Albanese esclude una guerra religiosa e individua nei Fulani gli artefici: si tratta “pastori nomadi da sempre in conflitto per le terre con la popolazione stanziale alla ricerca costante in tutto il Paese di territori da occupare”. Attaccare una chiesa, riferisce il sacerdote, è “forse un messaggio politico. Una vendetta per le misure del governatore che ha emesso diverse restrizioni” nei loro confronti. “Dicono che il presidente venga dalla stessa etnia, ma non è questo il punto. Il punto è che la polizia, l’esercito, le forze dell’ordine non sono in grado di fermarli”, dichiara il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan che ugualmente precisa: l’islam non è in guerra con noi. Tra la gente, ora, “prevale il senso di insicurezza. Dolore e rabbia. La gente si sente impotente – sottolinea il porporato – davanti a questi criminali, senza che ci sia il modo né nessuno che sappia difenderci”.

Attentato in Nigeria: quando il dolore è trascurato

Suor Agnes: siamo terrorizzati, ma dobbiamo restare accanto alla gente

“Gli aggressori non sono nemmeno entrati nella chiesa, hanno sparato attraverso le finestre”, ha dichiarato all’AFP Richard Olatunde, portavoce del governatore dello Stato di Ondo. L’attacco è avvenuto alla vigilia del lancio da parte dell’APC (All Progressives Congress) al governo delle primarie per le elezioni presidenziali del 2023 per scegliere il proprio candidato. Il Presidente Muhammadu Buhari, ex generale dell’esercito, dovrebbe completare il suo secondo mandato nel febbraio 2023, come previsto dalla Costituzione. Abbiamo raggiunto telefonicamente Suor Agnes Adeluyi, delle Suore di San Luigi a Owo, è infermiera all’ospedale San Luigi che sta fornendo cure a coloro che hanno riportato gravi danni fisici. Racconta come si stanno adoperando:

Come stanno i feriti?

La maggior parte sta meglio oggi ma alcuni sono in gravi condizioni, sanguinanti per le pallottole ricevute, nonostante gli interventi cui sono già stati sottoposti. Alcuni hanno bisogno di un’altra operazione oggi. Molti sono stati colpiti alla testa o in punti delicati. C’è una donna, per esempio, che ha la vescica e l’utero totalmente distrutti.

In che condizioni lavorate?

Abbiamo solo quattro medici. Stiamo lavorando troppo sotto pressione. Ma il governo ha mandato altri tre dottori per aiutarci. Normalmente questo è un ospedale in cui si paga per le cure ma si è deciso che per questa circostanza tutto sarà a carico della struttura. Speriamo che il governo ci aiuterà con i finanziamenti. Qui non abbiamo la corrente elettrica, usiamo i generatori, spendiamo tanto, anche perché tutto è aumentato ultimamente.

Dove si trovava quando ha avuto luogo la strage?

Ero a Owo, qui ci sono tante chiese, noi eravamo già andate a messa in un politecnico. Eravamo in cappella per l’adorazione eucaristica, quando abbiamo sentito i rumori di due esplosioni. Le chiese sono vicine, qualcuno ci ha informato che cosa stava accadendo e ci ha intimato di allontanarci dal luogo dove eravamo e di recarci ad Akure, dove si trova la nostra casa generalizia. Invece di andare là, siamo invece andate subito in ospedale per dare una mano ai feriti.

Quali sono le ipotesi riguardo ai killer? Alcuni osservatori ritengono che siano stati i fulani…

Abbiamo sentito che l’altare della chiesa è stato completamente distrutto. Sì, dicono che siano stati proprio loro. Due di loro sono stati uccisi dalla polizia intervenuta.

Come potete ancora convivere con il rischio di morire sotto questo genere di attacchi?

E’ una sfida continua. Dobbiamo continuare a lavorare e ad aiutare la gente. Dobbiamo sempre sapere che i Fulani ci circondano nella foresta e possono attaccarci da un momento all’altro. Siamo terrorizzati ma dobbiamo perseverare. Abbiamo tutti paura perché in realtà non c’è supporto di protezione da parte del governo. La gente ha paura ora anche di andare in chiesa. Questa mattina a messa c’erano solo le suore, tutti hanno paura, ormai. Non possiamo però lamentarci di questa assenza, non c’è sicurezza.

Qual è l’obiettivo di questi attacchi?

Quello che abbiamo capito è che questi pastori vogliono prendere sotto il loro controllo il territorio della Nigeria, a sud, soprattutto. Stanno venendo dal nord per colpire le zone meridionali e accaparrarsi le risorse di queste terre. I nostri vescovi non tacciono e condannano questa situazione che si ripete ciclicamente.

Attentato in Nigeria: quando il dolore è trascurato

La terribile strage compiuta in una chiesa cattolica in Nigeria non ha avuto il risalto dovuto su tanti grandi mass media mondiali. Esiste nei fatti una sofferenza di serie B che provoca altra sofferenza, che viene dal sentirsi dimenticati, dal vedere che il proprio dolore per quanto grande non sia meritevole di attenzione

Sergio Centofanti

Colpisce navigare sul web tra le principali testate del mondo e non vedere tra le prime notizie, a parte alcune eccezioni, il dramma della strage compiuta in una chiesa cattolica in Nigeria durante la Messa di Pentecoste. Sui media africani da decenni leggiamo la denuncia che il continente è fuori dall’attenzione internazionale, non solo per le sue tragedie ma forse anche e soprattutto per ciò che c’è di bello e positivo in questa terra. Non è un lamento vittimistico, ma la semplice constatazione di una realtà: il disinteresse di tanti per l’umanità dell’Africa di fronte ai tanti interessi, nascosti e palesi, per le sue risorse.

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Le immagini della strage sono terribili. È un mistero il male che si abbatte feroce su persone inermi che pregano in un giorno di festa e uccide tante vite, anche quelle di chi continua a vivere: tanti bambini sono tra le vittime. Colpisce vedere tanto dolore trascurato. Colpisce l’indifferenza, la mancanza di compassione, il non fermarsi di fronte a chi soffre.

Il primo appello del pontificato di Papa Francesco è stato per il Centrafrica, dove ha aperto in anticipo la Porta santa del Giubileo della misericordia. Abbiamo bisogno di un cuore che si apre ai più poveri, agli esclusi, a chi è dimenticato. Il suo primo viaggio è stato a Lampedusa, per rendere omaggio ai tanti migranti che sognavano una vita migliore e sono morti perché non hanno trovato una mano tesa che li salvasse.

Sono tante le guerre e le crisi dimenticate, non solo in Africa. Basta pensare alla Siria, allo Yemen, all’Afghanistan, al Myanmar, ad Haiti, solo per citarne alcune. Pensando a queste sofferenze dimenticate, pensando a questa piccola cittadina nigeriana, Owo, teatro di una drammatica strage, viene in mente la profezia di Isaia quando afferma che un giorno i popoli vedranno la giustizia di Dio e ogni città trascurata, ogni persona dimenticata e abbandonata vedrà con chiarezza l’amore del suo Salvatore:

“Ti si chiamerà con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma tu sarai chiamata Mio compiacimento e la tua terra, Sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te (…) Ecco, arriva il tuo salvatore; ecco, ha con sé la sua mercede, la sua ricompensa è davanti a lui. Li chiameranno popolo santo, redenti del Signore. E tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata” (Is 62).

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