Buon vento!

Buon vento!

Chi ha un po’ di esperienza di barca lo sa bene: la coesione dell’equipaggio fa la differenza. Conta l’intuito dello skipper, ovviamente. Ma si veleggia solo quando ognuno sa essere protagonista al proprio posto. Portare a termine le consegne e rispettare il ruolo degli altri.

Se è vero che siamo tutti sulla stessa barca – in questo, unanime consenso a papa Francesco e la sua profetica metafora evangelica – è altrettanto assodato che non tutti, sulla barca, ci stiamo allo stesso modo. Anzi, alla luce dell’emergenza, sarebbe forse più corretto portare ben oltre il distinguo: ciò che ci accomuna, a dirla tutta, è il mare della quarantena, più che la barca condivisa. Perché dentro quel mare navighiamo tutti, ma su scafi molto diversi tra loro.

C’è la barca in preda alla tempesta che s’incattivisce sui marinai più in là con gli anni: esperti sì, ma anche più deboli, spariscono dalla vista dei compagni, il respiro soffocato dai flutti vorticosi. È ben diverso raccontare cosa rappresenta Covid-19 se ti è scivolato via un tuo caro, senza nemmeno poter provare ad afferrargli una mano, oppure se puoi ancora digitare via social “noi fortunatamente tutto bene, grazie”.

C’è la scialuppa dei soccorsi che non teme di affrontare l’uragano per portare a bordo più superstiti possibili. L’emergenza attuale osservata con gli occhi dei sanitari è uno stare in mare ad occhi aperti e fiato corto, con l’ansia di non lasciare indietro nessuno e l’amara constatazione che per qualcuno sarà comunque troppo poco o troppo tardi.

C’è l’imbarcazione di lusso e quella di pochi piedi, magari datata e piena di falle, con l’equipaggio costretto a convivere gomito a gomito in spazi angusti. È ben diverso trascorrere l’isolamento forzato nella villetta con giardino fiorito o stipati nei pochi metri di un appartamento-cella, in un alveare qualsiasi delle nostre periferie urbane.

C’è il natante del navigatore solitario, anch’esso costretto a rimanere al largo, e senza nessuno con cui passare parola. Isolati, ma in famiglia, è un conto. Inesorabilmente soli, è tutt’altra storia.

C’è il sommergibile rassicurante dove il lavoro, oltre che smart, è anche regolarmente retribuito e la zattera traballante di chi il lavoro ha dovuto sospenderlo (e con esso ogni guadagno) o l’ha proprio perso e non sa più che pesci pigliare per dare qualcosa da mangiare all’equipaggio.

C’è, infine, anche la barca che non concede le precedenze dovute e dal cui ponte si buttano a fare il bagno infischiandosene dei richiami della guardia costiera. C’è la quarantena responsabile e silenziosa, e c’è quella incosciente che accampa diritti con arroganza ed egoismo.

Nell’unico mare, tante barche. Molto diverse tra loro. E una consapevolezza che spira dall’alto e in questi giorni si fa sempre più forte: nessuno si salverà da solo. Ma non basteremo noi, per quanto solidali. C’è bisogno del vento di Pasqua, l’alito dello Spirito. È vento di bonaccia, democratico: sospinge ogni barca allo stesso approdo. Non si affievolisce finché tutti non avranno gridato: “Terra!”. Auguriamoci: “Buon vento!”. E che nessuno si metta a remare contro.

Piergiorgio Franceschini

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