Riflessioni sullo smart working ai tempi del COVID 19

Da qualche anno si stanno diffondendo modalità di lavoro che cercano di venire incontro alle esigenze familiari, come ad esempio il telelavoro o lo smart working.

Soprattutto per chi ha figli piccoli o un familiare da accudire, queste modalità permettono di unire le esigenze di lavoro con quelle della vita privata. Ma non sempre sono modalità richieste o utilizzate (le percentuali nel nostro Paese sono ancora molto basse in confronto agli altri Stati, europei e non).

Almeno fino allo scorso 8 marzo. Ovvero fino a quando è uscito il decreto del Presidente del Consiglio che obbligava l’Italia intera a restare a casa, facendo divenire lo smart working (o lavoro agile che dir si voglia) la modalità consueta di lavoro.

L’unica possibile, almeno per chi ha la fortuna di avere ancora un lavoro.

Dall’oggi al domani mi sono ritrovata anche io a lavorare da casa, non senza un certo scetticismo. Ma, dopo tutto, non avevo molte alternative. E così mi sono fatta coraggio e ho accettato la sfida.

È stato meno complicato del previsto. La tecnologia mi ha sostenuto (almeno fino a questo momento) e così ho continuato a svolgere il mio lavoro, ma a distanza. O quasi. Perché la maggior parte del mio lavoro era basata essenzialmente su documentazione cartacea.

E’ anche questa è diventata una sfida, non solo per me ma per un’intera organizzazione che, malgrado i buoni propositi, si avvale ancora troppo della carta. Non mi dilungherò sui problemi burocratici che un po’ tutti i lavoratori stanno inevitabilmente incontrando e sulle soluzioni che si sono dovute trovare in fretta e furia per risolverli. Non è infatti questo l’argomento.

Tornando allo smart working devo dire che, dopo più di un mese, ho sentimenti contrastanti al riguardo. Riflettendo a fondo, ho realizzato che tutti i vantaggi riscontrabili nel lavoro agile rappresentano anche il rovescio della medaglia, ovvero gli svantaggi. Qualche esempio.

Posso dormire un po’ di più e alzarmi giusto in tempo per accendere il computer (il bello dello smart working è che ti puoi gestire l’orario di lavoro come meglio credi). Ma così facendo, con il passare dei giorni, ti viene voglia di non toglierti nemmeno il pigiama e di accendere il computer mentre sorseggi la tua tazza di caffè mattutino.

È bello, poi, poter entrare in ufficio senza uscire di casa. Peccato che così non prendi un po’ d’aria, non incontri nessuno e non fai nemmeno un po’ di sano movimento (mi mancano le mie passeggiate verso l’ufficio e i volti delle persone che incontravo ogni giorno e che mi venivano incontro lungo la strada perché facevano il percorso inverso al mio e mi manca la visita quotidiana alla Cattedrale per una fugace preghiera).

La prima cosa che vi viene da fare comodamente seduta al tavolo del salotto (la mia nuova postazione di lavoro) è quella di accendere la radio per avere un po’ di musica di sottofondo. Posso anche cantare o magari guardare la TV. Ma non ho la possibilità di scambiare due chiacchiere con i colleghi, di prendere con loro un caffè o di avere un confronto su questa o su quella pratica.

Mi mancano insomma i rapporti sociali diretti, faccia a faccia.

Potrei continuare ma credo che abbiate capito il senso.

L’insegnante di un corso che ho seguito qualche mese fa, sosteneva che per creare un’abitudine bastano 21 giorni. Non so ancora quanto altro tempo dovremo passare a casa e quanto ancora lavoreremo a distanza. Quello che so, però, è dopo più di 21 giorni non mi sono ancora abituata allo smart working. Bisogna fare di necessità virtù ma, a mio modesto avviso, non potrà sostituire la mia cara vecchia normalità.

Marina

 

La possibilità di poter lavorare da casa credo sia una grande opportunità sia se si ha una famiglia, ma anche per il singolo.

Non è semplice abituarsi, soprattutto se si hanno come nel mio caso due bimbe piccole alle quali devi far capire che la mamma, anche se è dentro le mura di casa, sta lavorando e non deve essere disturbata … O almeno, non dovrebbe esserlo!

Però è stata una gran fortuna. Lavorando da casa non si perde lo stipendio e questo nella situazione che stiamo vivendo in tutto il mondo direi che non è poco.

Il lavoro mi dà quel senso di normalità che in questa situazione assurda e a livello psicologico aiuta molto!

Non so come, quando e se tutto tornerà come prima, ma sicuramente questa brutta situazione mi ha regalato un sacco di tempo per stare con mio marito e con le mie figlie. Si è fermato il tempo e se devo trovare il bello in “quest’incubo” è che imparo ad apprezzare le piccole cose, il veder crescere le mie figlie giorno per giorno, cosa che non poteva succedere nella vita frenetica che vivevamo prima.

È stato difficile abituarsi a questa situazione e sarà difficile dopo staccarsi da questa quotidianità, soprattutto per due bimbe di 6 e 4 anni che vivono il poter stare sempre con i propri genitori un gran regalo e si dimenticano quasi dei giri in bicicletta al parco!

Marianna

 

Da poco più di un mese, per necessità dettate dalla diffusione del Covid 19 e per decreto legge, un gran numero di lavoratori, potremmo dire quelli più fortunati, sono diventati smart workers.

Fortunati certamente rispetto a tutte quelle persone che sono state obbligate a prendere permessi, ferie, aspettativa, etc. o semplicemente lasciati a casa senza stipendio.

Fortunati anche perché il fatto di continuare a svolgere il proprio lavoro tiene ancorati alla realtà, alla quotidianità, dà un ritmo alle giornate.

Alcuni smart workers sono più fortunati di altri anche per il fatto di poter svolgere l’attività lavorativa nel corso di un arco temporale ampio.

Nel mio caso la prestazione lavorativa può essere svolta fra le 6 e le 22 e ciò permette in particolare alle persone (leggi più spesso “mamme”) di poter lavorare mentre i figli dormono.

Naturalmente ci sono enti e aziende più o meno organizzati. Nei casi migliori, ci sono organizzazioni pubbliche e private in cui questa modalità di prestazione lavorativa era già avviata da tempo e si è trattato solo di estenderla a un numero considerevole di lavoratori.

Altre aziende e organizzazioni invece, hanno dovutosi improvvisare.

Per il momento, dal mio punto di vista, ci sono vantaggi e opportunità: per esempio dobbiamo ingegnarci per stampare il meno possibile e rendere i vari documenti, informazioni, etc. in forma digitale.

Questo fatto se portato avanti anche dopo, può avere un grande impatto positivo, evitando il considerevole uso, e a volte spreco, di carta e toner con un grande risparmio a livello di budget degli enti pubblici e privati, ma anche a livello di impatto sull’ambiente.

Ovviamente, ci sono anche degli aspetti negativi come per esempio quello di rendere sempre più labili i confini fra lavoro e vita privata con il rischio di farsi assorbire in maniera impropria dall’attività lavorativa.

Un altro aspetto negativo, soprattutto per noi donne, è che se da un lato lo smart working è uno strumento che si presta alla conciliazione di famiglia e lavoro, dall’altra ci isola dal contesto sociale del lavoro e dei rapporti personali, in certi contesti potrebbe addirittura danneggiare le possibilità di carriera.

Dal punto di vista strettamente personale, vivo lo smart working come un’opportunità per sperimentare una modalità lavorativa diversa, che potrebbe essere utile anche in futuro, magari per qualche giorno alla settimana. Certamente non lo sostituirei mai con la “modalità in presenza” a cui ero abituata fino ad un mese fa e ciò per una serie di motivi:

  • Avere dei contatti interpersonali, a volte anche delle amicizie in ambito lavorativo
  • Uscire di casa per “andare a lavorare” in un altro contesto, un altro luogo
  • Migliori prestazioni da parte delle attrezzature di cui disponiamo in ufficio
  • Obbligo di prenderci maggiore cura di noi stesse

Questa nuova modalità ha portato, per me, una ventata di novità nel lavoro e quindi la mattina mi sento molto più motivata e inizio la giornata con maggiore entusiasmo rispetto a quando andavo in ufficio.

Appena finiranno le vacanze pasquali ci sarà però la necessità di contendere il pc con mie figlie e ciò può voler dire alzatacce all’alba per poter lavorare almeno dalle 6 alle 8 e proseguire poi nel pomeriggio, facendo il gioco degli incastri fra necessità improrogabili e prorogabili, ma questo è niente se penso a molte mie colleghe con i figli piccoli e a come possa essere difficile per loro dover conciliare lavoro e pargoli.

Viviana

 

Non fa per me lo smart working o, per lo meno, non per tutta la settimana. Mi manca il contatto sociale, tanto. Mi mancano le mie colleghe e mi manca la mia scrivania disordinata. Mi mancano le risate tra di noi colleghi, andare a pranzo insieme e fare due passi in centro.

Mi manca il viaggio con il mezzo pubblico e con i soliti pendolari. E mi manca il libro che leggevo durante il tragitto.

Sonia

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