Omelia Solennità dei Santi Martiri

Omelia Solennità dei Santi Martiri

Sanzeno 29 maggio 2020

 

Scrivendo a san Simpliciano, vescovo di Milano, san Vigilio afferma: “Quando si fa la memoria dei Martiri, non sono le parole che illustrano i meriti, ma piuttosto i meriti che impreziosiscono le parole.”

In questi mesi di pandemia, con sorpresa e stupore, abbiamo constatato la bellezza e la forza di uomini e donne che senza risparmiarsi si sono presi cura di tanti nostri fratelli e sorelle, colpiti dalla malattia. 

Le parole di Vigilio e il corale applauso tributato a operatori sanitari, volontari e a coloro che hanno garantito i servizi essenziali mi hanno spinto a fare un piccolo discernimento, volto a individuare i fattori che rendono impacciata la vita della nostra Chiesa e delle nostre comunità.

Mi faccio aiutare dalle parole di San Paolo VI, di cui oggi ricorre la memoria liturgica: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”.

Dobbiamo ammettere con grande lucidità: l’esperienza credente, in questo momento, corre il serio pericolo di parlare del Vangelo, ma di non viverlo. Rischiamo di essere una lettera d’inchiostro, di mercanteggiare la Parola, anziché mostrarla con la vita.

Fare memoria di Sisinio, Martirio e Alessandro, è andare alle origini della nostra Chiesa. I nostri martiri, per piantare la tenda della Chiesa, non sono ricorsi a sofisticati discorsi, ma hanno messo in gioco la loro vita.

L’ora che viviamo è provvidenziale, abbiamo un’occasione unica per tornare all’essenziale e accreditare il Vangelo.  Ne sono talmente convinto da non esitare a scomodare le parole di Sant’Agostino: “Temo il Signore che passa”.

In questi giorni, si fa un gran parlare di ripartenza. Personalmente, ho la sensazione che la fatica ad affrontare il nuovo, abitando le domande, porti già a rimpiangere “le cipolle d’Egitto”, con troppa voglia di tornare a come eravamo.  La nostra Chiesa non è per nulla esente da questo pericolo.  

Per evitare un triste ritorno all’antico, vorrei invitarvi a rivisitare i giorni terribili dell’emergenza. 

In quei drammatici frangenti, mentre emergeva la nostra fragilità, lo Spirito Santo ci ha fatto scoprire la forza del noi”, il nostro essere radicalmente legati gli uni agli altri, l’incanto della vita attraversata dal dono, la forza dei gesti della prossimità

Grazie all’azione dello Spirito, mentre non potevamo radunarci per celebrare l’Eucarestia, in maniera sorprendente ed inaspettata abbiamo assaporato la brezza leggera della Parola di Dio, come pure un benefico ritorno alla preghiera. Nella drammaticità del soffrire e morire in solitudine, mentre eravamo costretti a seppellire in tutta fretta i nostri morti, lo Spirito Santo ci ha mostrato l’unicità e preziosità di ogni persona. 

Lo stesso mondo dei social, grazie al quale abbiamo potuto mantenere vive le nostre relazioni, ha mostrato il suo lato debole nella forte nostalgia di poter tornare a frequentarci dal vivo. La sofferenza drammatica di tante persone, sempre in forza dello Spirito, ci ha permesso di vedere il miracolo del donare la vita, mostrando la forza e la verità della pagina evangelica di oggi: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto.” Gv12,24

In questo momento faccio mie le parole dell’apostolo Paolo: “Vi affido a Dio e alla Parola della sua grazia che ha la potenza di edificare”. (At 20,32)

L’intercessione dei nostri Martiri faccia scendere lo Spirito Santo “senza misura” sulla nostra Chiesa diocesana, la preservi dalla mormorazione e dal rimpianto, la liberi dalla paura di aprirsi alla novità. Niente la spaventi e la turbi; la sua vita diventi Eucarestia, gioioso rendimento di grazie, dolce scoperta che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”. Non la spaventi il suo peccato e la sua debolezza: in mano allo Spirito Santo, può diventare esperienza di misericordia e di perdono.