Presenza Benedettina

La presenza benedettina

Immagine


L’arrivo dei Monaci
A quel tempo (12° secolo) era vescovo di Trento Altemanno. Nel suo zelo pastorale ritenne necessario ridare nuovo vigore e riformare la comunità religiosa di san Lorenzo, che dava ormai da tempo segni di decadenza. Per questo, nel 1146, fece arrivare da Vallalta (località nei pressi di Bergamo) alcuni monaci Benedettini, appartenenti a un monastero fondato di recente e che pertanto, nel fervore degli inizi, vantava una Comunità molto numerosa. In tal modo san Lorenzo diventò sede di una nuova Abbazia Benedettina. La decisione tuttavia richiedeva che alla nuova Comunità fossero garantite decorose opportunità di sussistenza, motivo per cui il vescovo assegnò in proprietà alla nuova Abbazia una cospicua serie di beni dislocati in numerose località della Diocesi: a Malè, a Cloz, a Egna, fino a Nago e Arco, passando per S.Apollinare. La suddetta bolla papale confermava la decisione del Vescovo.

Immagine

A partire dalla fine del 12° secolo, pertanto, la Chiesa di S.Apollinare, “con le sue cappelle e pertinenze”, è proprietà dei Benedettini di san Lorenzo, i quali sono tenuti ad assicurare sia in essa, come anche a san Giorgio (Vela) la presenza di un sacerdote (o monaco) per la cura d’anime. La casa dove questi abitava si chiamava scaria o residenza dello scario, e si trovava nelle vicinanze della chiesa. Le “cappelle” alle quali si accenna nella bolla papale del 1183, molto probabilmente si riferiscono agli agglomerati di Romagnano, Ravina, Costa e Vela.

Da allora, tutti i documenti dell’Abbazia saranno contrassegnati dall’elaborazione grafica della Croce come a lato rappresentata.

E’ naturale pensare che la chiesa di S.Apollinare a quel tempo versasse in condizioni alquanto fatiscenti e bisognose d’intervento, se la Comunità Benedettina di san Lorenzo, subito dopo aver ristrutturato – o addirittura ricostruito –  la propria Chiesa Abbaziale, ritenne necessario porre mano a quella di S.Apollinare, usufruendo delle stesse maestranze e, in parte, di analoghi criteri architettonici e decorativi.


Immagine

originale presso il museo provinciale castello del buonconsiglio

Il trasferimento dell’Abbazia Benedettina a S.Apollinare

La comunità benedettina, che si era da poco stabilita nel rinnovato monastero di S.Lorenzo, conobbe una crisi dovuta a diversi fattori:disaccordi con la matrice di Vallalta, le spese troppo ingenti sostenute per la costruzione del monastero e, probabilmente non ultimo, il fatto di essersi inserita nelle vicende politiche del tempo (non è escluso che, nello scontro derivato dalla lotta per le investiture, i Benedettini si fossero schierati dalla parte dell’imperatore invece che dalla parte del Papa). La conseguenza diretta di questo stato di cose fu che i Monaci dovettero cedere il complesso di S.Lorenzo all’ordine dei Domenicani; la cessione riguardava solo gli edifici di S.Lorenzo, cioè la casa e gli immobili adiacenti, e non gli altri beni di proprietà o in possesso dei Benedettini.

La cessione avvenne il 29 giugno 1234 e fu definitivamente sanzionata da papa Gregorio IX° dieci anni dopo, nel 1244.

Due motivi si sommavano a favore dell’ordine dei Domenicani: l’eccessiva importanza acquistata dai Benedettini nella Chiesa e la disinvolta autonomia con cui questo Ordine si era spesso schierato a favore dell’Impero invece che del Papato: ciò non poteva certo riscuotere i consensi di un papa fortemente accentratore, qual’era Gregorio IX°.

Per i Benedettini si presentava comunque l’esigenza primaria di scegliersi il luogo adatto per una nuova residenza. Nella vasta zona che comunque rimaneva ancora loro possesso, i monaci scelsero l’Ischia di S.Lorenzo di cui erano appunto proprietari (si trattava di una lingua di terra piuttosto vasta, circondata da vari rami dell’Adige e del torrente Vela che proprio qui confluiva nel fiume. All’estremo lembo dell’ischia, presso il ponte di accesso alla città, c’era la chiesa di S.Lorenzo).

In particolare, l’area scelta era un terreno pianeggiante che occupava lo spazio a sud della Chiesa di S.Apollinare, a ridosso delle mura, rivolto all’interno del borgo.

Per poter costruire il nuovo monastero i Benedettini dovettero vende­re una serie di beni e di diritti: essi si rassegnarono a sacrificare gli averi situati nelle località più lontane da Tren­to.

Presumibilmente i lavori iniziarono nella primavera del 1237 e terminarono nel 1242; nel frattempo i monaci si istallarono dapprima nella casa che serviva di alloggio allo “scario”, cioè il curator d’anime di S.Apollinare, luogo che dovettero poi abbandonare quando di quell’edificio iniziò la demolizione per costruire al suo posto il nuovo monastero.


Immagine

Il nuovo Monastero

Nella primavera del 1242 il monastero era compiuto: dagli atti stipulati nel mona­stero medesimo (e ora conservati nell’Archivio Prepositurale del Duomo), se ne deduce la sua esistenza, la sua ubicazione, le sue caratteristiche architettoniche.

Esso constava di tutti quegli edifici ed ambienti richiesti per una piccola comunità di benedettini.  Situato vicino alla vecchia chiesa di S.Apollinare,  ripeteva lo stesso schema architettonico del convento di S.Lorenzo che i Benedettini avevano dovuto cedere ai Domenicani: era formato da un chiostro con portico, da un dormitorio, da una residenza dell’abate, una sala capitolare, e da un orto. E così probabilmente rimase finchè, col tempo, non mutò l’organizza­zione interna del monastero.


 La nuova chiesa Abbaziale

Edificato il nuovo Monastero (nel quale i monaci s’installarono già nel 1237), era naturale pensare anche a un’adeguata e degna chiesa abbaziale. In un primo tempo si ipotizzò l’erezione di un edificio ex novo, accanto alla chiesa romanica già esistente, che avrebbe continuato le sue funzioni di chiesa pievana (cioè, a disposizione della popolazione di Piedicastello e delle dipendenze circostanti). Successivamente, per ragioni che si possono solo indovinare (quali la mancanza di spazio sufficiente e le ingenti spese da affrontare), si ripiegò sull’idea di riadattare quest’ultima alle esigenze della comunità monastica.

In conclusione (ma si era giunti ormai all’inizio del secolo successivo, il 14°) si risolse di demolire la chiesa preesistente, conservandone tuttavia il campanile, e di edificarne una nuova.

S.Apollinare – La Pieve 

Il nome “Pieve”, rimasto nel toponimo di non pochi centri del Trentino (e non solo), indicava nel Medio Evo un centro ecclesiale dislocato quà e là nelle valli, cui era riconosciuta notevole importanza e responsabilità pastorale su paesi e villaggi di tutto il territorio circostante.

Anche S.Apollinare ebbe un tale ruolo. Da quando?

Ricerche recenti tendono ad escludere una datazione precedente l’arrivo dei Benedettini (si veda a questo proposito l’opera di E.Curzel, Le pievi trentine. EDB 1999, pp 107-112).  Tuttavia, l’esistenza di quell’antico luogo di culto presso le mura teodoriciane e di una successiva chiesa romanica adiacente, risalente all’11° secolo (se non prima), porterebbe a non scartare troppo frettolosamente l’ipotesi del Rasmo, secondo la quale S.Apollinare avrebbe avuto un ruolo di centro pastorale (il termine “parrocchia” forse è azzardato) “ab immemorabili”. In ogni caso, è certo che all’epoca dei Benedettini, essa ebbe il ruolo di Pieve: l’autorità, in questo caso, spettava non a sacerdoti diocesani ma ai monaci del Monastero, sotto la guida dell’Abate. I paesi che sorgevano sulla riva destra dell’Adige, o il cui territorio era proprietà dell’Abbazia (come nel caso di Ora), erano soggetti alla sua giurisdizione.

Tale giurisdizione “plebana” perdurò per tutto il periodo della presenza Benedettina. Poi, col trasferimento della chiesa e dei suoi beni alla Prepositura, ebbe termine e perse sempre più importanza. Con rammarico da parte degli abitanti, che all’azione pastorale dei monaci s’erano, pare, alquanto affezionati.

Immagine

giorgio di liechtenstein, torre aquila, castello del buonconsiglio

La fine della presenza BenedettinaVerso la fine del lungo periodo di amministra­zione dei due ultimi abati (Bartolomeo da Padova e Bartolomeo da Bologna: siamo nei primi decenni del 1400) i monaci, scarsi di numero e ricchi di beni da amministrare, non vivevano più assieme; ognuno aveva preso residenza nelle località ove avevano assunto la cura d’anime o l’amministrazione dei beni.

Il prestigio politico degli ultimi responsabili del Monastero era particolarmente elevato: l’abate dei Benedettini già sul finire del duecento era considerato una figura politica di primissimo piano da cui potevano dipendere gli equilibri del principato vescovile di Trento: infatti, sia Bartolomeo da Padova, sia Bartolomeo da Bologna, furono vicari generali del Principe Vescovo e loro grandi sostenitori.

Ma è una legge ineludibile per tutte le istituzioni umane (e a maggior ragione per quelle della Chiesa): allorchè si stravolgono gli ideali per i quali erano state avviate, inizia per loro la stagione dell’inarrestabile tramonto. Quando i monasteri (sorti come spazi riservati unicamente alla ricerca e al servizio di Dio) decadono a centri d’amministrazione di beni accumulati in quantità esorbitanti, s’avvicina per essi il momento di “chiuder bottega” nel verso senso della parola. La storia del monachesimo tardo-medievale ha molte dimostrazioni da offrire a tale riguardo.

Proprio l’eccessivo interesse dei Benedettini al potere temporale, invece che all’ opus Dei  (il servizio di Dio) e alla cura delle anime, risultò loro fatale.

Occorre anche premettere che proprio nel 14° secolo inizia per il Principato vescovile di Trento (che faceva parte del “sacro romano impero”) una serie di lotte logoranti, dovute alle ambizioni di alcune nobili famiglie tedesche tese ad impadronirsi del potere imperiale. Fra queste, i Duchi d’Austria, che da avvocati del Principato di Trento si trasformarono un po’ alla volta in suoi padroni effettivi.

Il Principe Vescovo Giorgio di Liechtenstein, che aveva osato opporsi alle loro mire, dopo non poche tormentate vicende che caratterizzarono il suo episcopato, alla fine dovette cedere al più forte: Federico IV d’Asburgo conte del Tirolo. Trascinò con sé la sorte dei Benedettini di S.Apollinare (l’abate Bartolomeo da Bologna era stato un suo importante sostenitore) e la fortuna di cui i monaci avevano goduto in tutti quegli anni fu definitivamente compromessa.

A Giorgio di Liechtenstein successe alla guida del principato di Trento, il vescovo Alessandro di Masovia, fedele esecutore degli ordini del duca d’Austria. Egli, come tutti i vincitori, si premurò anzitutto di rendere inno­cui i nemici e tutti i possibili avversari. Logico quindi pensare che il suo intervento si sarebbe prima o poi rivolto contro i Benedettini di S.Apollinare che si erano compromessi così vistosamente col suo predecessore.

E, in effetti, Alessandro di Masovia, con la scusa che l’ultimo abate benedettino (e cioè Bartolomeo da Bologna) aveva tenuto il monastero con solo uno o due monaci per più di quarant’anni senza osservare le regole monastiche, il 10 ottobre 1425 sop­primeva l’abbazia e ne devolveva i beni alla fondazione della Prepositura del Duomo.

Allo stesso tempo nominava Preposito di S.Apollinare un suo conterraneo, Stanislao Sobnow, con l’incarico di provvedere alla cura d’anime dell’antica Pieve con l’elezione di due cappellani. Il 12 settembre 1426 il papa Martino V° conferma­va questa decisione.

A questo punto ecco spuntare all’orizzonte una figura davvero singolare: Benedetto da Trento, il nuovo abate benedettino eletto dai monaci.