Come un albero nel deserto

“Persone di fedi diverse nei momenti della prova e della solitudine hanno potuto costantemente avvertire il sostegno e l’incoraggiamento del Papa”
È significativa questa frase inserita nel messaggio di auguri inviato dal presidente Mattarella a papa Francesco per il suo 84° compleanno.
La prova e la solitudine hanno colpito una gran parte dell’umanità in questo 2020 segnato dalla pandemia; solitudine ovvero la condizione di chi è solo, per scelta o per costrizione.

Quante volte mi sento solo!
La solitudine che non si identifica solo nella vita da singolo; la peggiore solitudine è quella dell’animo, quella che ti prende anche se attorno a te ci sono altre persone perché non puoi o non sai condividere il tuo essere.

Perché la gente attorno a me non se ne accorge?
Questo virus si è introdotto subdolamente nella nostra vita colpendoci negli affetti più cari e facendoci sentire ancora più soli e più distanti, accentuando la condizione di solitudine; togliendoci anche quel poco che gratuitamente avevamo, una ricchezza che davamo per scontata: un sorriso, un abbraccio, feste e occasioni varie di incontrarsi; cambiando le nostre abitudini isolandoci il più possibile per evitare di essere contagiati.

E io, resto a casa, a rimuginare su quello che non ho; il Signore non doveva privarmi anche di questo!
Sempre Mattarella scrive negli auguri a Papa Francesco il ringraziamento perché non ha fatto mancare agli italiani vicinanza partecipe e solidale.

Eh già, c’è chi pensa agli altri, ma a me? Non pretendo mi chiami il papa che è distante e nemmeno mi conosce, ma almeno una telefonata da una persona del rione
Maledetta pandemia, una conseguenza tragica di questa situazione è l’incremento di una emergenza sociale dovuta alle condizioni di disagi psicologici. E non sarà cosa facile venirne fuori nemmeno dopo che il virus sarà controllato e contenuto.
Forse una cura c’è, la condivisione o comunione; è il disporsi con l’animo come un recipiente, disponibile a raccogliere e a versare.
Quando trovi il coraggio di aprirti e di rendere partecipe della tua vita un’altra persona in quel momento la tua anima diventa più leggera e cambia il “sapore” dell’esistenza.
Ci sono delle piccole attenzioni che possono migliorare una giornata: una gentilezza, un saluto; magari da dietro la mascherina quella persona ti guarderà chiedendosi chi sei o perché lo fai, forse ti riconoscerà nella persona che va nello stesso negozio o che giornalmente fa la tua stessa strada e chissà potrebbe anche risponderti “grazie” o “buongiorno” chiedendoti come stai, come va….

Tutti sapienti, più facile a dirsi che a farlo. E comunque sono ancora qua ad aspettare che un “cristiano” si faccia avanti.
Lungi da me la presunzione di conoscere o sminuire il dolore altrui, specie quando sei stato colpito duramente dalla malattia o privato del compagno/a di una vita, di un figlio, di un parente caro o un amico; ma anche esser rimasto senza lavoro e arrovellarsi giorno e notte a pensare come fare per tirare avanti, sentirsi privato della dignità del proprio orgoglio.
Diceva mia suocera: “se tutti andassero in piazza con la propria croce pensando che sia la più pesante poi tornerebbero a casa con la propria”. C’è una cosa in questa frase che accomuna tutti: l’andare in piazza, il non aver timore di mostrarci può unirci e risollevarci.

Quasi quasi la prima telefonata la faccio io
Ecco potrebbe essere proprio questo un impegno per Natale, un proposito per il nuovo anno e un augurio.

Giovanni

Albero nel deserto
Albero nel deserto
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