In 700 da tutte le parrocchie per l’Assemblea diocesana

Come ogni autunno, anche in questo penultimo sabato di settembre la Chiesa di Trento si è riunita in Assemblea, all’Auditorium S. Chiara, nel capoluogo, per l’avvio dell’attività pastorale.  L’incontro – dal titolo “Terra promessa”, con l’immagine di un popolo in cammino, rimando all’esodo biblico del popolo ebraico –  si è aperto con la preghiera animata da alcuni giovani del decanato di Rovereto reduci da un’estate di volontariato in alcune cooperative della Locride, fondate dal vescovo trentino Bregantini. Ai lavori hanno preso parte circa settecento neo-eletti componenti dei comitati parrocchiali  e dei consigli pastorali, gli organi rappresentativi delle comunità cristiane sparse sul territorio. Al centro del confronto la relazione dell’arcivescovo Lauro Tisi dal titolo Custodi di un Dio mite”. Ad introdurla un breve video, con alcune voci significative della società trentina, rappresentative di mondi diversi (Michele Andreaus, docente di economia ed editorialista; Rita Grisenti, Centro Italiano Femminile; Eleonora Stenico, Consigliera di Parità; Alberto Faustini, direttore di uno dei quotidiani locali) a cui è stato chiesto di leggere la realtà ecclesiale per lanciare qualche utile provocazione. Da  loro la fotografia di un popolo disorientato, chiamato a rinsaldare l’alleanza con Dio e a rilanciare valori condivisi e un dovere di partecipazione e cittadinanza che va al di là della confessione di fede. La gente ha ancora bisogno di credere – hanno sottolineato – ma la Chiesa deve sperimentare strade nuove di comunicazione, a cominciare dal linguaggio della liturgia, per porsi realmente “in uscita”.

Il primo a raccogliere gli stimoli è stato lo stesso Arcivescovo, che esordito nella sua relazione con un incoraggiamento: “Quando penso alla nostra Chiesa vedo la sua fecondità”,  luoghi dove “uomini e donne di qualsiasi condizione tengono vive reti sociali”, traducendo “la propria adesione al Vangelo, in gesti di concreta vicinanza e prossimità”. Don Lauro li esplicita: “Il Regno di Dio è una madre che si china sul proprio figlio ammalato e ne asciuga le lacrime, un povero che condivide con i suoi compagni di sventura il poco che possiede, un vicino di casa che si accorge che hai un problema e ti offre il suo aiuto, il perdono regalato davanti a un torto subito, spazi del tuo tempo abitati dalla gratuità, un migrante accolto e riconosciuto come fratello, un uomo e una donna che rinnovano la loro fedeltà, altri che vivono la lacerazione con dignità e speranza”.

“La nostra azione pastorale è rivelare e custodire un Dio mite. Diversamente, rischia di rimanere puro sforzo organizzativo”. “Non dobbiamo nasconderci – ha poi ammesso l’Arcivescovo – che la preoccupazione dottrinale ha finito per affermarsi, nella storia cristiana, come l’atto di base della vita ecclesiale. C’è il rischio concreto che diventi più importante precisare in cosa si deve credere, piuttosto che vivere le cose credute”. E ha concluso: “Se le ‘parole’ della fede non sono praticate, non giovano a nulla”.

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